Fasci drivers

L’avvilente spettacolo dei tassisti di Roma che hanno fatto un corteo più simile a quello di un gruppo ultrà che di una categoria professionale, condito di saluti romani, bombe carta e tirapugni, è un po’ lo specchio di un cambiamento che si sta cercando di affrontare nel modo sbagliato e dell’assenza totale di politica in questo quadro.

I tassisti sono una categoria in via di estinzione, così come gli edicolanti e i venditori di dischi. Così come è stato per i Blockbusters qualche anno fa e per la Kodak. Tentare di fermare il progresso tecnologico è come tentare di svuotare il mare con un secchio.

Fra dieci anni al massimo saranno messe massicciamente in commercio automobili che guidano da sole. Probabilmente saranno auto elettriche con un solo posto. Il costo di esercizio per un trasporto cittadino sarà trascurabile. I premi assicurativi per un’auto guidata da un’intelligenza artificiale che azzera o quasi il rischio di incidenti saranno irrisori. Il costo di ricarica anche. Sia Tesla che altri stanno lavorando alla costruzione di batterie efficienti e poco costose.  Ho letto articoli che riportavano studi di analisti che indicno che entro il 2030 il quaranta per cento delle auto circolanti nei paesi sviluppati saranno elettriche e con l’autopilot.

La Politica, quella con la P maiuscola, dovrebbe prevedere e anticipare queste transizioni e fare in modo che questi lavoratori, per quanto urticanti e poco concilianti siano i loro modi, abbiano una speranza e una via d’uscita. In questo momento sono “animali” braccati e nell’angolo, sentono il fiato sul collo, l’aria che finisce e quindi attaccano a testa bassa.

Bloccare Uber per via legislativa sarebbe come tassare le email, la leggendaria bufala che è girata per anni su Internet, una sorta di francobollo elettronico per equità con la posta cartacea o come se si fossero messe delle limitazioni alle fotocamere digiatli per preservare l’occupazione di chi fa pellicole o dei fotografi con le camere oscure.

I tassisti sono una categoria professionale in via di estinzione. Tutto sta a guidare questa transizione in modo esplosivo e cruento, come questi giorni, oppure in modo graduale e controllato.

Ci vorrebbe, appunto, la Politica. Che invece è avvitata su se stessa a guardarsi l’ombelico e fare scissioni.

 

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La scissione del PD

A me Renzi non è simpatico. Non amo il leaderismo (anche se confesso per un certo periodo di esserne stato lievemente infatuato) ne la logica del “ghe pensi mi” e dell’uomo solo al comando. E’ un uomo con un ego ipertrofico e una considerazione di se molto maggiore di quel che meriterebbe, pure essendo comunque una persona preparata ed intelligente (quindi evitiamo i paragoni con Berlusconi che, oltre ad essere impreparato e piuttosto furbastro che intelligente è pure un mascalzone di tre cotte).

Questo premesso la cosiddetta minoranza del PD che lo attacca e che vuole andarsene lo fa per motivi completamente pretestuosi.

Il nuovo quadro politico e la sconfitta della riforma costituzionale al referendum hanno dato nuovo slancio al sistema proporzionale, dopo anni di “quasi-maggioritario”, una pulsione ad aggregare forze anche disomogenee per creare uno dei due “lati della mela”.

In un mondo proporzionale stare insieme non è più così conveniente elettroalmente, soprattutto in una nazione di personalismi, piccoli feudi e potentati. Gli ex DC e gli ex PCI che si sono riuniti nel campo progressista per fondare un grande contenitore a vocazione maggioritaria, mal sopportandosi e tentando in ogni modo di far valere la propria egemonia sul tutto, ora vorrebbero tornare a dividere l’acqua dall’olio.

Il problema è che a questo punto non è più possibile dividere gli elettori e quindi il risultato sarà una catastrofica sconfitta elettorale.

Per altro gli attacchi “da sinistra” a Renzi sono al limite del ridicolo. Renzi è un democristiano, certo, ma molto più progressista di Prodi, per dire, che è il più democristiano dei democristiani. Il Jobs Act non è un pacchetto di riforma del lavoro “di destra” se paragonato al pacchetto Treu. Ci dobbiamo ricordare tutti che fu quell’insieme di leggi che introdussero il precariato in Italia e fanno si che oggi la maggior parte dei giovani, se lavora, è precario al massimo grado. E potrei fare mille altri esempi. Per tacere del fatto che se oggi c’e’ una legge sulle unioni civili si deve al governo Renzi e non certo a quelli di Prodi, D’Alema o Amato, che tanto piacevano a Bersani (e sorvolerei per pietà di Patria sul governo Monti, sostenuto con convinzione e portato alle urne come programma elettorale “l’agenta Monti più qualcosa” era lo slogan da mani nei capelli di Bersani).

Sinceramente io spero che la barra del timone del PD viri un po’ più a sinistra di come è stato in questi anni, ma una scissione è una solenne idiozia.

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Saviano sul giovane suicida di Lavagna

Ma cosa ha raccontato, al nostro Paese, la morte di Stefano Cucchi? Che se sei uno spacciatore e un tossico meriti di morire. E che se ti trovano in possesso di droga, sei una merda e ti sei rovinato la vita. La tua e quella della tua famiglia. Non c’è appello. Non c’è possibilità di riscatto.È questo che hanno raccontato la morte di Federico Aldrovandi e poi quella di Stefano Cucchi. Ecco perché oggi, di nuovo e con urgenza, dobbiamo riflettere sulla necessità di avviare un dibattito parlamentare serio sulla legalizzazione della cannabis e lo facciamo ancora una volta sul corpo di un altro ragazzo la cui vicenda solo apparentemente non c’entra nulla con le altre che ho citato. In realtà con loro ha in comune il contesto, un contesto che condanna senza processo.

Source: I dieci grammi del ragazzo di Lavagna e i miliardi della mafia – Repubblica.it

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Grillo vincerà

Per lo meno a giudicare dal fatto che la Repubblica ha iniziato, come fece con Berlusconi, una campagna martellante contra personam facendo le pulci a qualunque cosa dica Grillo.

Ora che un comico, durante uno spettacolo comico, faccia battute sui transessuali è una cosa che non scandalizza nessuno. Penso che la maggior parte dei transessuali rida di essere definito “una donna col belino”.

Questo per altro dopo aver preso un bel palo in faccia con la storia delle chat di Di Maio che, postate integralmente, hanno dimostrato l’infondatezza dell’accusa di aver mentito.

 

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Altro che trappola

Federico Capurso è un giovane collaboratore della Stampa: sta imparando il mestiere da noi da qualche mese, e mi pare che lo stia imparando alla svelta. Qualche sera fa di sua iniziativa va a un incontro in periferia in cui c’è l’assessore Berdini, ne aspetta la fine, intercetta Berdini, si presenta, dice il suo nome e per che testata lavora e comincia a porgli domande di politica. Intanto registra. Non lo fa per tendere una trappola, lo fa per non commettere errori: per essere in grado di riportare bene le frasi dell’interlocutore. E’ agli inizi, non può permettersi stupidaggini. Forse la cosa andrebbe codificata meglio, ma è una pratica diffusissima da quando registrare è diventato così facile. Comunque è un dettaglio, perché Capurso e Berdini non si erano mai parlati prima. Che cosa spinge Berdini a lasciarsi andare in quel modo con un giornalista, a dire le peggio cose del sindaco? Secondo me, come si dice in questi casi, la fa fuori dal vaso, ma tant’è.
Capurso scrive il colloquio (non intervista: l’intervista si concorda, scrive un colloquio, e cioè in gergo una rapida chiacchierata). L’indomani, a colloquio in pagina, Berdini perde la testa. Dice di non conoscere Capurso, lo insulta pesantemente, gli dà del delinquente, del disonesto, dice che gli è stata testa una trappola, che Capurso ha origliato. Qui alla Stampa decidiamo di non pubblicare l’audio, comunque, perché l’audio c’era per riportare correttamente le parole di Berdini, non per sputtanarlo. Berdini va da Raggi, ne esce con quelle dimissioni vaghe e ricomincia ad attaccare il giornale, aizzando i linciatori del web che minacciano pesantemente Capurso. A quel punto decidiamo di mettere l’audio per dimostrare la buona fede del giovane collaboratore. E dall’audio si evince che 1) Berdini sa benissimo di parlare con un giornalista (alla fine gli chiede se è precario) 2) Capurso non si limita ad ascoltare, interviene, domanda. Se Berdini non sapeva chi fosse Capurso perché gli risponde più volte? 3) Se Berdini non voleva affidare il suo pensiero al un giornalista, bastava non fermarsi a parlare con lui. Che cosa pensa, di confidarsi con un giornalista? Che sostiene di non conoscere?
Dunque la reazione di Berdini è a dir poco desolante. Per salvarsi, lui che ha un’età e un ruolo, accusa un giovane giornalista, racconta bugie, arriva al limite (e forse oltre) della diffamazione, cerca di scatenare contro il giornalista e il giornalismo tutti i peggiori pregiudizi e le più pericolose rabbie. Una prova che sa di soperchieria e vigliaccheria e totale irresponsabilità.
Tutto questo dentro la giunta di un Movimento che propugna il massimo della trasparenza. Forse qualcuno ci dovrebbe delle scuse, e soprattutto a Capurso, ma non le avremo e in fondo importa poco. La Stampa oggi compie 150 anni, abbiamo ben altra storia.

Source: Com’è andata la conversazione tra l’assessore Berdini e la Stampa, secondo Mattia Feltri | Flashes – Il Post

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70 anni

Oggi è un giorno davvero particolare per me, molto più doloroso del 19 giugno, ricorrenza della morte della mamma.

Per un bimbo il giorno del compleanno della mamma è un giorno magico quasi quanto il giorno del proprio compleanno. Farle un regalo, un mazzolino di fiori, scriverle un biglietto coi cuoricini. Per me il 7 febbraio è sempre stato un giorno speciale. In più il destino beffardo ha voluto che mia moglie compia gli anni il 6, quindi ieri mi sono rivisto bambino nei mei figli, intenti a forgiare cuori e frasette da baci Perugina sui biglietti d’auguri.

Oggi mia mamma avrebbe compiuto 70 anni. E sarebbe stata incazzata come una vipera, per gli anni che passano, la vecchiaia che incombe. Magari le avremmo fatto una super festa, oppure chissà, magari non l’avrebbe volta perché troppo arrabbiata con quell’inesorabile sabbia che cade nella clessidra.

Io e mio fratello le dicevamo sempre: invecchiare è brutto, ma l’alternatia è peggio. Già.

Tanti auguri mamma.

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A mia insaputa

No, il caso di Virginia Raggi e della polizza assicurativa in cui era nominata come beneficiaria non è nemmeno lontanamente paragonabile al caso di Scajola e del mezzanino a Roma.

Punto primo. Di una polizza vita ne benefici solo se chi l’ha stipulata muore. E, effettivamente, non è detto che chi l’abbia stipulata te lo dica. E tu non ne ricevi un beneficio immediato o non ne ricevi affatto un beneficio, se chi ha stipulato non muore.

Punto secondo. Questa cosa è avvenuta quando la Raggi era una delle aspiranti sindaco del 5 Stelle. Doveva ancora vincere le primarie e le elezioni. Puntare 30 mila euro su di lei (che ripeto, sarebbero diventati della Raggi solo in caso di morte) sarebbe stato come minimo un azzardo. Scajola invece era ministro in carica e ha beneficiato di un grosso sconto sulla casa fatto da imprenditori che prendevano appalti dal dicastero presieduto da Scajola medesimo. E dato che un imprenditore le cose le fa solo con un tornaconto ed un interesse, nessuno fa fatica ad immaginare quale fosse questo interesse.

 

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antitrumpismo

Essendo stato uno che ha subito con rabbia e frustrazione il ventennio berlusconiano non fatico a capire il moto di reazione rabbiosa che molti americani per bene hanno nel vedere la propria nazione in mano ad un guitto ignorante e sbruffone che pensa di mandare avanti una democrazia come fa con le proprie aziende.

L’unica cosa però, avendola già vissuta sulla mia pelle, se pure Trump le farà grosse e se pure ogni volta verrà a dire “ma non è possibile che abbia fatto anche questo” se per ogni cosa partiranno ondate di indignazione e di “girotondi” e di “popolo viola” e di “not in my name” e di “manifestazione per la dignità delle donne” e via discorrendo la gran parte dell’opinione pubblica, quella filo-Trump e quella più disinteressata, che si informa di sfuggita con l’orecchio sinistro, finirà per pensare che Trump sia una vittima e che c’e’ gente che ce l’ha con lui a prescindere ed uscirà rafforzata nell’idea che c’e’ chi si  muove per ostacolare il suo vento di cambiamento.

Quindi, come è successo qui, si accorgeranno del disastro quando ormai i buoi sono scappati. Ma sarà, appunto, troppo tardi per tutti.

Onestamente però non ho ricette da consigliare su cosa sarebbe meglio fare. Stare zitti significa essere complici. Quando queste cose verranno guardate con la luce della Storia non vorrei mai sentirmi dire: “ma tu non c’eri? ma cosa dicevi? cosa facevi?”.

 

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