Autodeterminazione e indipedenza

Parlare della questione catalana senza essere catalani o spagnoli è un po’ come parlare di sionismo senza essere ebrei o palestinesi. Si finisce sempre per fare i “bulicci col culo degli altri” come si usa dire a Genova in francese.

Una cosa però in generale mi sento di dirla. In una società avanzata e democratica i cittadini debbono stare come vogliono stare. Debbono essere liberi di determinare la propria condizione e status, attraverso la libera espressione democratica della propria opinione. Certo il suffragio non esaurisce di per se il concetto di democrazia, ma diciamo che comunque ne è una fondamentale pietra d’angolo.

Di converso è vero che se uno stato sovrano dovesse acconsentire a qualunque ipotesi di scissione o autodeterminazione o autonomia in modo automatico è probabile che questa cosa nuocerebbe a tutti gli altri suoi cittadini e quindi è ovvio e normale che quando anche ci fosse questa ferma determinazione le condizioni di uscita debbano essere negoziate. Un po’ come è successo al Regno Unito per l’uscita dalla UE. I cittadini hanno scelto, il parlamento ha dato seguito alla volontà popolare, ma la controparte non è che ha detto “si, ok, accomodatevi e addio”. Pretende risarcimenti e pone clausole capestro.

Io credo che, senza volere ripeto entrare nel merito stretto della questione visto che ci sono ottime ragioni e ottimi torti da ambo le parti, questo debba essere l’iter. Si spiega ai cittadini con chiarezza a cosa si va incontro (per esempio l’ininfluenza internazionale, il doversi costituire un esercito e procurarsi degli armamenti, creare ambasciate e istituire rapporti bilaterali con gli altri paesi, cosa pretende lo stato da cui ci si stacca come risarcimento ecc.) e poi, se la volontà popolare è chiaramente espressa, allora si da seguito a questa volontà popolare.

E io questo lo direi anche se al posto dei catalani ci fossero gli altoatesini o i siciliani o gli abitanti di Seborga.

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