Echo chambers e social networks

In questi giorni si è fatto un gran parlare, con piena motivazione e ragionevole preoccupazione, del caso di Cambridge Analytica caso che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, o per lo meno la sua parte più avveduta, perché in qualche modo ha evidenziato un timore che molti avevano e che taluni avevano pure denunciato pubblicamente e platealizzato, nel generalizzato disinteresse.

Purtroppo le critiche motivate ai social network e a questa esibizione e condivisione del privato, per il rischio che questo comporta in termini di social engineering, vale a dire la capacità di persone con intenti opachi di classificare le persone sulla base di criteri quali età, sesso, orientamento politico, gusti personali di musica, abbigliamento, veicoli eccetera. Da un lato questo meccanismo produce un risultato da un certo punto di vista “virtuoso” vale a dire che fare, exempli gratia, la pubblicità delle bistecche ad un vegetariano è una perdita di tempo e di denaro ed è qualcosa che ingenera fastidio in chi la riceve, così come fare la pubblicità di una app per l’esercizio fisico ad un tetraplegico o una crema solare per un congolese (andate avanti a piacere con gli esempi che più vi calzano).

Il rovescio di questa medaglia è quello che persone con intenti più subdoli possano sfruttare questa accurata conoscenza di noi per veicolarci dei messaggi politici che in qualche modo confermino delle idee che più o meno avevamo già, creando un effetto che è noto come echo chamber. Una echo chamber, vale a dire un luogo chiuso dove il suono rimbalza sulle pareti e ritorna indietro è, metaforicamente, uno spazio chiuso in cui non si ricevono voti dall’esterno e anzi, le voci al suo interno vengono riproposte più e più volte dando l’impressione, sovraesposta e autoreferenziale, che quel che si dice chiusi in quel recinto sia una verità inequivocabile.

Attenzione, non è che questo fenomeno sia nuovo o recente. Negli anni ’60 e ’70, quelli iper-ideologizzati e iper-politicizzati l’autoreferenzialità era una piaga radicata, i micro gruppuscoli dell’estrema sinistra, prima ancora che disprezzare e combattere il loro supposto nemico, si combattevano fra di loro. Una cosa magistralmente raccontata nel capolavoro di Monty Phyton in Life of Brian.

A questo si sovrappone un aspetto interessante, a cui non avevo mai pensato, e che molto acutamente è esposto qui vale a dire il fatto che dopo un periodo di rivolta verso l’iper esposizione dei sovrani e del culto della loro personalità si era fatto avanti un modello di politici e governanti che avevano scelto gli abiti grigi e una zona d’ombra, privilegiando le idee alle persone (per lo meno nella forma pubblica della propaganda) mentre oggi si è tornati, da Obama a Trump, da Berlusconi a Renzi, a persone che tendono a sovraesporre se stesse seguendo il trend di molti di noi che, grazie alla tv prima e ad Internet dopo, abbiamo preso a condividere parti della nostra vita, nella patetica illusione che queste siano interessanti per qualcuno.

C’e’ poi l’aspetto legato alle conseguenze di questi atti, vale a dire al fatto, per ora presunto, che tante persone abbiano votato imbeccati da queste bufale virali, in modo che dovrebbe, più di ogni altra cosa, farci riflettere. Anche qui suggerisco un’ottima lettura. E, molto più modestamente un mio post su Linkedin, che ho scritto a partire dalle considerazioni che ha fatto in modo un pochino più colorito Azael nel suo post.

Infine gli ottimi consigli di Paolo Attivissimo su come fare per tutelare un minimo le proprie informazioni sui social, in modo che siano fruibili solo da una cerchia di persone più ristretta.

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