Choose two of the three

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Un vecchio adagio dei programmatori viene riassunto dall’immagine qui sopra. Puoi avere del software sviluppato velocemente e buono, ma costerà un sacco, oppure veloce ed economico, ma sarà scadente, oppure buono ed economico, ma dovrai aspettare.

Il pasticcio della Brexit nasce proprio dal fatto che si è dovuto gestire un esito in cui era necessario scegliere 2 di 3.

Le tre cose sul piatto erano: uscire senza vincoli dalla UE, preservare l’economia Britannica, salvaguardare gli interessi della UE.

I britannici ovviamente avevano in testa le prime due, ma senza tenere conto delle esigenze della UE sul punto numero tre.

Se una nazione avesse dimostrato di poter uscire dall’Unione mantenendo i privilegi senza pagarne i costi questo avrebbe sancito la fine automatica dell’Unione stessa.

Viceversa i britannici, facendo conto di questo vincolo, avrebbero avuto solo due scelte possibili. O uscire senza nessun accordo, diventando una delle tante nazioni extra UE con cui bisogna stipulare patti doganali e di circolazione delle persone e di reciproco riconoscimento di brevetti, certificazioni, titoli di studio, patenti e quant’altro, oppure conservare gli accordi preesistenti, vale a dire consentire libera circolazione di persone e merci (come fanno Svizzera e Norvegia a grana grossa) ma di fatto subendo un’atroce beffa dalla cosiddetta Brexit. Avrebbero infatti avuto gli stessi mal di pancia che hanno portato la vittoria del leave (vale a dire orde di italiani, rumeni, spagnoli e altri europei liberamente circolanti e residenti sul suolo patrio avendo pieno diritto di farlo) in compenso nessuna possibilità di incidere politicamente, non essendo rappresentati nelle istituzioni, nelle decisioni che avrebbero dunque solamente subito senza poter interferire.

Dopo mesi di estenuante negoziato si è arrivati ad un accordo che in qualche modo tenta di salvare capra e cavoli, ma che, come tutti i compromessi, ovviamente non mantiene nessuna delle clausole sopra citate. Non fino in fondo. Ed è il motivo per cui tutte le parti più intransigenti sui tre spigoli del triangolo stanno boicottando l’accordo fino a farlo saltare.

La proroga che Westminster ha deliberato di chiedere alla UE almeno fino a Giugno, per evitare la disastrosa No-deal exit il 29 giugno non è affatto detto che venga accolta (la UE ha ancora il vincolo di dover deliberare all’unanimità) anche perché non si vede all’orizzonte cosa potrebbe cambiare nei prossimi 3 mesi, visto che non sono bastati 2 anni.

La prima ministra britannica May ha subito 2 delle più pesanti sconfitte parlamentari della storia del Regno Unito e nulla fa presagire che le cose siano destinate a cambiare. Cornbyn e i laburisti (anch’essi terribilmente divisi al proprio interno e con un’ala dura euroscettica) hanno proposto una soluzione “norvegese” il che per una grande nazione del G7 è ovviamente un’umiliazione inaccettabile. Far parte di una grande organizzazione economica e politica senza prendere parti alle decisioni. Ma è l’unica via, mantenendo ferma la barra sul “leave” che consentirebbe all’economia UK di resistere a quella che potrebbe essere una delle più catastrofiche recessioni degli ultimi decenni.

C’è il rischio che centinaia di migliaia di lavoratori UE lascino l’isola, rendendo scoperti ruoli nevralgici in vari settori dell’economia e della sanità.

In più c’è la questione irlandese. Dopo anni di sanguinosissimi scontri fra cattolici e protestanti, fra i fedeli alla corona e quelli che vorrebbero una grande Irlanda unita, l’adesione all’Unione Europea aveva in qualche modo accontentato tutti. Gli unionisti, perché l’Irlanda del Nord è ancora britannica. I cattolici separatisti perché la grande Irlanda, senza più confini rigidi, viveva de facto sotto il grande mantello dell’Europa.

Ora ripristinare confini rigorosi (il grande motivo del contendere sull’accordo May-Junker è appunto il “backstop” vale a dire l’impossibilità del Regno Unito a fuoriuscire dall’unione doganale europea fino a che non abbia regolamentato l’unico confine terrestre fra UK e UE) potrebbe avere risvolti che vanno ben al di la delle semplici questioni economiche e burocratiche e risvegliare campanilismi di cui avevamo fatto volentieri a meno per decenni.

L’unica cosa su cui il rinvio potrebbe puntare è la frammentazione del prossimo Parlamento, in cui stando ai sondaggi non è escluso che PPE e PSE, le due grandi forze moderate ed europeiste del Parlamento, smettano di essere la maggioranza rappresentata nei seggi e quindi di avere un interlocutore più debole e frammentato.

La cosa di cui May e gli altri che eventualmente puntassero a questo di cui non tengono conto è che i sostituti di PPE e PSE sono ben lungi da essere una forza coesa e con idee contigue su qualsivoglia punto e, in gran parte, si tratta di partiti sovranisti e nazionalisti che, nel caso di attriti con un’altra nazione, diventano ancora più rigorosi dei partiti moderati. Ne è stata la dimostrazione la legge di bilancio italiana in cui i più agguerriti a pretendere rigore nei conti nostrani sono stati gli ipotetici alleati dei partiti euroscettici e sovranisti che ci stanno malauguratamente governando ora.

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