Nel 1924 Benito Mussolini si presentò alle elezioni con il celeberrimo “Listone”, che raccolse il 60% e fischia di preferenze. Il clima era teso, intimidatorio, ma Mussolini invitava i suoi squadristi alla calma perchè temeva che le opposizioni, per quanto ridotte al lumicino, potessero chiedere l’invalidazione del voto.
10 anni dopo (il 25 marzo del 1934) lo stesso “Listone” si presentò alle elezioni, gli oppositori erano morti, incarcerati, espatriati o confinati, la stampa rispondeva ad un unico editore, le voci libere erano stroncate senza possibilità.
Per rendere ancora più chiare le cose, l’elezione si trasforma in una sorta di referendum a favore del listone o contro. Per chi vota si la scheda è tricolore. Per chi vota no, la scheda è bianca.
I voti contrari sono lo 0 e poco per cento, ovviamente, ma, non ostanti i gravissimi rischi, ci sono 130 mila persone che si fanno consegnare una scheda bianca e manifestano il proprio dissenso al regime apertis verbis, con tutti i rischi che questo comporta.
Certamente nessuno può negare che fino a quel punto ci si era arrivati con il compiacimento del popolo, con la sovranità del popolo che aveva sancito che andava bene così. Nelle elezioni del ’24 il 60% diedero ragione a Mussolini. La Storia ci ha mostrato dopo quanto si sbagliassero.









































